UOMINI DI PACE E UOMINI DI GUERRA

 Nei giorni scorsi abbiamo assistito a due rilevanti pronunciamenti sulla guerra russo-ucraina: quello di Papa Francesco, a sostegno del popolo ucraino e dei negoziati di pace, e quello del Parlamento Europeo di Strasburgo, che ha definito la Russia Stato terrorista. I due pronunciamenti si inscrivono in un contesto particolare della guerra, giunta al nono mese dal giorno in cui l’esercito russo ha invaso il territorio ucraino: quello dei primi tentativi di indurre le parti a negoziare. In riferimento a questo, emerge la totale contrapposizione dei due pronunciamenti. Papa Francesco, nelle sue parole a sostegno del popolo ucraino, ha indirizzato anche un accorato appello «alle Autorità» sulle quali «incombe il dovere di governare il Paese in tempi tragici e di prendere decisioni lungimiranti per la pace». Il messaggio del pontefice si inscrive perfettamente in questi tentativi di avviare un negoziato incoraggiandoli, dimostrandosi un autentico uomo di pace al quale preme anzitutto fermare lo scorrere del sangue. Del tutto diversa, anzi contrapposta, è la mozione approvata a schiacciante maggioranza dal Parlamento Europeo: gli europarlamentari, al contrario del pontefice, alzano i toni delle ostilità attaccando la Russia e ostacolando quei tentativi di negoziato, i primi dall’inizio del conflitto che possono avere concrete possibilità di successo perché animati dalla due superpotenze, Stati Uniti (attraverso autorevoli membri del Pentagono) e Cina (che nel G20 di Bali ha preso per la prima volta le distanze da Mosca), indispensabili “protettrici” delle due parti belligeranti, Ucraina e Russia. Non a caso, Volodomir Zelensky è stato redarguito più volte dagli americani, e sembra pronto ad accantonare la pregiudiziale sul negoziato con Vladimir Putin, mentre la Cina si è lamentata nei confronti di quest’ultimo accusandolo indirettamente averla tenuta all’oscuro delle sue reali intenzioni bellicose. Se Papa Francesco ha gettato acqua sul fuoco del conflitto, gli europarlamentari hanno gettato benzina sul fuoco. Stupisce la superficialità e il dilettantismo di uomini politici che non si rendono conto che la diplomazia va sostenuta, non ostacolata, specie quando ci va di mezzo la vita di un popolo. Ostacolando un possibile avvio dei negoziati di pace, anziché sostenerlo, rende questi europarlamentari anch’essi complici del sangue che potrebbe essere versato se la loro mozione dovesse irrigidire le parti. La mozione approvata dall’Europarlamento rischia di costituire (speriamo di no) una seconda svolta intransigente della guerra, dopo quella contraddistinta dalla decisione presa dai Paesi Nato riuniti nella base di Ramstein il 26 aprile di sostenere l’Ucraina non più per limitarsi a difenderla, ma per infliggere se non la sconfitta, almeno l’umiliazione della Russia (la stessa linea decisa nel 1999 in occasione del conflitto fra Serbia e Kosovo: un intervento mirato non a impedire i massacri perpetrati dalle due parti, ma a umiliare la Serbia e a far nascere un ulteriore elemento di instabilità nei Balcani, lo Stato kosovaro). Non più legittima difesa, ma dichiarazione di guerra. Gli europarlamentari, etichettando in quel modo la Russia in questo preciso contesto nel quale si parla di negoziati, si sono comportati in modo altrettanto intransigente. Anzi, più intransigente ancora degli Stati Uniti che di quella svolta intransigente di Ramstein furono i promotori: il presidente Joe Biden non era mai arrivato a definire la Russia uno Stato terroristico. Per la prima volta dall’inizio della guerra, viene quasi da sentirci rassicurati dal fatto che siano gli Stati Uniti a determinare la linea di politica estera degli Stati occidentali, e non i dissennati europarlamentari. Di fronte a loro, non diciamo il pontefice (peraltro di un’imparzialità inattaccabile: mai nessuna parola di condanna alla Russia, pur operando esplicitamente un’oggettiva distinzione fra Paese aggressore, del quale aveva immediatamente smascherato le reali intenzioni di scatenare una guerra, e non una semplice operazione militare come l’aveva definita Vladimir Putin, e Paese aggredito, al quale sono sistematicamente andate le sue parole di conforto praticamente a ogni Angelus settimanale), ma perfino Biden può con più credibilità presentare sé stesso come uomo di pace. Diversamente, gli europarlamentari dovrebbero sentirsi in dovere di spiegarci cosa intendevano ottenere attaccando la Russia in un contesto di tentativo di avvio di negoziati (perché è questo che rende grave, intempestiva e inopportuna quella mozione). In ogni caso, ora più che mai abbiamo bisogno di uomini di pace come il Pontefice (che parla di pace «lungimirante», beninteso, non di resa all’aggressore), e non di uomini di guerra come gli europarlamentari di Strasburgo.

R.M.

 UNA BUONA FINANZIARIA E UN CURIOSO “GIOCO DELLE PARTI”

Molto difficilmente si poteva far meglio in tema di legge di bilancio (ex finanziaria). Dopo la débâcle sugli immigrati, il governo Meloni segna un punto a suo favore (il secondo, dopo la tempestiva gestione dell’emergenza rave party). I paletti, si sapeva, erano stretti, tuttavia il governo si è mosso con grande pragmaticità, non rinunciando a dare una propria impronta politica che certamente imprimerà più sensibilmente nel prossimo futuro. Sono stati lasciati da parte temi spinosi e complessi (che, tra l’altro, rischiavano di provocare subito nuove divisioni nella maggioranza), come la flat tax (innalzamento limitato agli autonomi a partire dagli 85.000 euro), l’abolizione dell’Iva su pane e latte (sarebbe un salasso per le casse dello Stato) e l’autonomia regionale. Si è preferito saggiamente, invece, un approccio moderato, in particolare sul reddito di cittadinanza (in campagna elettorale se ne prometteva l’abolizione, mentre si parla solo di modifiche). La saggezza, dicevamo, contraddistingue questa legge di bilancio: priorità assoluta il caro bollette, ed ecco che 21 dei 35 miliardi di euro sono a esso destinati, tendendo, così, una mano ad aziende e famiglie. Proprio questi due ambiti sembrano contraddistinguere i pilastri della legge. Sulle aziende, spicca la decisione di stanziare oltre mezzo miliardo in due anni per rifinanziare il sostegno delle piccole e medie imprese per gli acquisti o le acquisizioni in leasing di beni strumentali; sono previsti per loro facilitazioni per i pagamenti per venire incontro alle loro esigenze di liquidità; c’è, poi, la diminuzione del cuneo fiscale di due miliardi a vantaggio dei lavoratori, poiché si aumenta il netto e si riduce il lordo, e si riduce anche di più per i redditi più bassi. Riguardo alle famiglie, sono predisposti aumenti mirati dell’assegno unico e l’estensione dei congedi parentali. Sono, poi, previsti delle social card per i più poveri e interventi sulle pensioni minime (secondo gli ultimi dati Inps, quasi 3 milioni e mezzo di pensionati prendono meno di mille euro al mese). Sempre in merito alle pensioni, ancora improntata a saggezza è la decisione di non tornare bruscamente alla Legge Fornero, ma di attenuarlo con il sistema “quota 103” (sarà possibile andare in pensione a 62 anni con tre anni in più di contributi). In sensibile riduzione la politica dei sussidi: così, ad esempio, il “super bonus”, che ha causato non pochi abusi, scende dal 110% al 90%. Più in generale, ci sarà molto meno spazio per aumentare dipendenti e strutture pubbliche. Quanto al reddito di cittadinanza, come si diceva, nessuna abolizione, ma riduzione della copertura da 12 a 8 mesi per gli occupabili fino al 2024, quando, per questo settore di disoccupati, scatterà l’abolizione. L’augurio, però, è che la prudenza e la saggezza mostrata dal governo a questo riguardo lascino aperta la porta a rivalutare, in questi due anni, la necessità di questa abolizione. La distinzione fra “occupabili” e “non occupabili”, infatti, lascia perplessi in presenza di lavori con stipendi da fame. In conclusione, sostegno prioritario al lavoro e alle famiglie per provare a difendere il Paese dall’inflazione e dalla recessione per quanto possibile coi pochi fondi a disposizione, e riduzione dei sussidi che farebbero esplodere in modo incontrollato il debito pubblico. Un percorso già avviato dal precedente governo di Mario Draghi (e che gli costò la frantumazione dell’alleanza politica che lo sosteneva), nell’ambito del quale il governo Meloni si è saggiamente inserito non rinunciando ad anticipare la sua visione politica. Interessante, a questo proposito, il “gioco delle parti” che si è creato: Fdi, all’opposizione di Draghi, ne segue la scia; Pd e Azione di Carlo Calenda (il rapporto fra quest’ultimo e Matteo Renzi è già in crisi), che hanno sostenuto Draghi, opponendosi alla manovra di fatto lo tradiscono (il Pd lo tradisce una seconda volta, dopo che in campagna elettorale, per una pura rivalità personale tra Enrico Letta e Renzi, aveva deciso di correre con Sinistra Italiana che aveva sempre avversato il governo di unità nazionale). L’unica forza politica coerente resta il M5S, che ha tolto il suo appoggio a Draghi e contesta una legge di bilancio più draghiana che meloniana. Per ciò che concerne la maggioranza, l’asse tra Meloni e Giancarlo Giorgetti (ministro draghiano confermato dalla Presidente del Consiglio) risulta vincente e molto più convincente di quello fra Meloni, Piantedosi e Crosetto (ministri dell’Interno e della Difesa), rivelatosi disastroso nella gestione del caso Ocean Vikings (cfr. https://robertomancinipv.blogspot.com/2022/11/chidi-sovranismo-ferisce-di-sovranismo.html). L’auspicio è che Meloni continui a riequilibrarsi più verso posizioni moderate che estremistiche.

R.M.

 CHI DI SOVRANISMO FERISCE, DI SOVRANISMO PERISCE

Se in politica estera Giorgia Meloni era partita piuttosto bene riuscendo ad accreditare il nostro governo nei più alti consessi internazionali, la gestione superficiale e improvvisata della questione migranti in generale, e della nave Ocean Vikings in particolare, ha rovinato un po’ tutto. Intanto, lascia perplessi l’accanimento del governo sulla sola Ocean Vikings. Al di là di qualsiasi giudizio di merito, se la linea scelta dal governo sulla questione degli sbarchi fosse improntata a una svolta rigoristica, non si capisce perché il rifiuto allo sbarco si sia limitato alla sola Ocean Vikings, e non anche ad altre navi che avevano raccolto profughi giunte in questi giorni (un cargo delle Isole Marshall, una petroliera liberiana, e la Ile d’Ouessaint sono state autorizzate a sbarcare migranti a Trapani e Pozzallo). Il respingimento della sola Ocean Vikings, nave gestita dalla Ong Sos Mediteranée, sommato agli sbarchi selettivi dei giorni scorsi fatti subire ad altre navi gestite da Ong (Medici Senza Frontiere e Sos Humanity), potrebbe far sorgere il sospetto che il governo stia intraprendendo uno scontro ideologico e pregiudiziale contro le Ong (peraltro, “responsabili” del salvataggio di appena il 10% dei migranti che arrivano da noi). Intanto, si è arrivato a uno scontro diplomatico con la Francia per poco più di 200 migranti pochi giorni dopo una visita di Emmanuel Macron a Giorgia Meloni nell’ambito della quale, al netto della distanza politica, pareva emergere fra i due leaders un’entente cordiale favorita dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Macron, avendo perso le elezioni legislative, è fortemente in difficoltà, e ha tutto l’interesse a cogliere qualche accordo internazionale da sbandierare con successo in patria. La questione poteva essere affrontata in un negoziato che, certo, poteva anche fallire, ma che, date le circostanze, aveva buone probabilità di essere concluso (Macron, alla Cop27 di Sharm el-Sheikh, aveva dato una disponibilità di massima per venire incontro a Meloni). Invece, Meloni ha preferito mostrare i muscoli anziché dar corda alla diplomazia: senza nemmeno interpellare il Ministro degli Esteri (curiosamente, un moderato europeista), di concerto con quello degli Interni e della Difesa (entrambi, altrettanto curiosamente, appannaggio di due personalità afferenti a partiti non moderati, sovranisti e antieuropeisti: Lega e Fratelli d’Italia), si è mossa unilateralmente forzando la mano alla Francia e mettendo in difficoltà lo stesso Macron. Meloni, infatti, non ha saputo valutare né il contesto politico difficoltoso nel quale si trova Macron, né il clima ai limiti della xenofobia presente nella società francese: l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la violenza subìta dalla dodicenne Lola Daviet perpetrata da una donna algerina irregolare. Oltre alle banlieues, agli occhi dei francesi sono diventate insicure anche le città: tutta acqua al mulino delle destre. Già, proprio quelle destre che condividono il sovranismo di Meloni hanno montato la protesta contro di lei accusandola di voler “scaricare” in Francia altri irregolari. Risultato: il governo francese, per non essere scavalcato “a destra”, ha stracciato l’accordo che prevedeva la presa in carico di 3.500 migranti sbarcati in Italia, incoraggiando altri Paesi che avevano sottoscritto un accordo simile a non rispettarlo come ritorsione verso il comportamento ritenuto “irresponsabile” del nostro governo. Di fronte alle dichiarazioni dei suoi ministri, Macron, pur preferendo un accordo, si è trovato a sua volta con le spalle al muro, e ha dovuto anche lui “schiacciarsi” a destra sul terreno dell’irrigidimento delle politiche migratorie. E’ il tradimento di un patto, certo. Il comportamento della Francia non è esente da critiche. Tutt’altro. Perfino una parte dell'opposizione a Meloni l'ha stigmatizzata (Carlo Calenda in primis). Ma la miccia l’ha accesa il nostro governo. Con un solo atto, Meloni ha provocato tre disastri: pur di respingere duecento migranti, si trova ora costretta a tenere quei 3.500 che la Francia si era impegnata ad accogliere entro la prossima estate (e forse anche quelli di altri Paesi che rifiuteranno di rispettare gli accordi presi); si è alienata un importante alleato per alleggerire il Patto di stabilità in prossimità di un periodo di preoccupante crisi energetica ed economica (mettendo in difficoltà, oltretutto, il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, impegnato in un difficile confronto a Bruxelles); rischia di isolare il nostro Paese appiattendolo alle posizioni dei Paesi del blocco di Visegrad, i più rigidi al varo di una politica di solidarietà europea verso i migranti. A ben poco serve sbandierare l’appoggio formale ottenuto da Marta, Cipro e Grecia: fin dove si può andare assieme a questi tre Paesi? L’Italia, per come è drammaticamente messa, ha bisogno di ben altri appoggi, decisamente più “pesanti”. Poiché un’asse con la Germania (che guarda decisamente a Pechino e… a sé stessa in tema di politica energetica e di rigore economico europeo) pare quantomeno problematico, resta, anzi, restava plausibile un’asse con Parigi (e non dimentichiamoci che al vertice della Bce, Christine Lagarde, un’altra francese, continua a vendere Bund comprando Btp: se si fermasse, sarebbe, per noi il precipizio). Meloni, nelle ultime ore, pare preoccupata per un concreto isolamento dell’Italia. Avrà capito che non può esistere un’alleanza tra sovranisti che, per definizione, pensano solo ai propri interessi, e non anche a quelli degli altri? Avrà capito che solo in ottica multilaterale (chiedendo, magari, una conferenza tra tutti gli Stati coinvolti nella questione profughi) potrà fermare i trafficanti e aprire la via a migrazioni regolari? Avrà capito che non può appellarsi all’Unione Europea solo per difendere gli interessi nazionali, apparendo europeista a intermittenza? Nel programma di Fdi era prevista la difesa del voto all’unanimità all’interno del Consiglio Europeo, cioè il blocco di qualsiasi integrazione comunitaria (e di politica solidale). C’è ancora tempo per cambiare idea perché, come ha dimostrato la superficiale gestione del “caso” Ocean Vikings, chi di sovranismo ferisce, di sovranismo perisce.

 R.M.

  I RUGGITI DEI “LEONI”     Alla luce del nome scelto dal nuovo pontefice regnante, Leone XIV, diciamo subito che i tredici Papi “Le...