CHI CI GUADAGNA E CHI CI PERDE?
A
chi giova e a chi no il nuovo conflitto israelo-palestinese iniziato sabato 7
ottobre? La domanda può apparire di primo acchito piuttosto cinica. Non c’è
dubbio che, come ha sottolineato Papa Francesco nell’Angelus di domenica, con
la guerra tutti perdono. Ma ipotizzare i vantaggi, ovviamente di natura
egoistica (chi fa guerra è tutto meno che altruista), e gli svantaggi delle
parti in causa potrebbe aiutarci a capire il perché, o i perché, di questo nuovo
conflitto, e le prospettive internazionali che potrebbe aprire. Iniziamo dai probabili
“vincitori”.
I “vincitori”: Hamas…
Hamas lo è sicuramente: dimostra di essere l’unica forza credibile a battersi per i palestinesi, abbandonati veramente da tutti. Se nei territori palestinesi si votasse in questi giorni (ma il presidente, anche se si dovrebbe dire dittatore, Abu Mazen non lo permetterà mai) è probabile che raccoglierebbe voti a palate, anche se l’esercito israeliano dovesse riprendere il controllo della situazione.
… il “camaleontico” Netanyahu…
Accanto ad Hamas, l’altro vincitore, per quanto paradossale possa essere, è Israele o, per meglio dire, Benjamin Netanyahu. Al di là delle gravi lacune dell’intelligence israeliana incapace di prevedere l’attacco in grande stile di Hamas, Netanyahu sembra uscirne, al momento, rafforzato. Gli opposti estremismi sembrano “darsi una mano”: le difficoltà interne di Netanyahu, derivate in primis dalla contestatissima riforma della giustizia che sottoporrebbe la magistratura all’esecutivo, spariscono. L’aggressione di Hamas ricompatta dietro di lui tutto Israele, tanto che non si esclude un governo di unità nazionale che lo libererebbe da alleati estremisti e fondamentalisti troppo scomodi. Il suo, da governo più estremista della storia di Israele, diventerebbe il governo più patriottico: del resto, non sarebbe la prima volta nella storia che un governo debole e diviso all’interno provoca o sfrutta una crisi internazionale per ricompattarsi contro un nemico esterno.
… il “tris” dell’Iran
Un terzo vincitore ci sembra senz’altro l’Iran: con un colpo solo, sostenendo Hamas ottiene almeno tre risultati: mette in difficoltà l’Arabia Saudita in procinto di siglare un accordo con Israele, spiazza i Paesi arabi presentandosi, pur persiano e sciita, l’unico a sostenere Hamas e i palestinesi, e si rilancia nella lotta per l’egemonia in Medio Oriente, trascinandosi dietro la Siria di Bashar el Assad e aprendo un nuovo fronte per lo Stato ebraico distraendolo da quello siriano, dove non ha mai rinunciato a periodici raid aerei. E, sempre con un occhio all’infinita guerra civile in Siria, potrebbe trascinare con sé Russia, Cina e, in parte, anche la Turchia, sempre insofferente a un ruolo guida in Medio Oriente di qualsivoglia Paese arabo, soprattutto se si chiama Arabia Saudita.
Gli “sconfitti”: israeliani e palestinesi…
Passando agli sconfitti, i primi della lista sono gli innocenti civili israeliani e palestinesi: soprattutto i secondi (perché la loro situazione non migliorerà certo attraverso la violenza) saranno quelli che pagheranno il più alto tributo di sangue da questo nuovo conflitto.
… l’Arabia Saudita “in mezzo al guado”…
Dopodiché, un altro grande sconfitto appare proprio l’Arabia Saudita. In procinto di firmare un accordo con Israele sulla testa dei palestinesi, l’iniziativa di Hamas l’ha spiazzata. Riyad si trova, ora, a metà del guado: che cosa farà? Se si ritirerà dall’accordo, Mohammed bin Salman rischia di perdere la faccia e di indebolirsi perdendo credibilità all’interno del Paese e di lasciare agli Emirati Arabi (e, in parte, al Bahrein) tutti i vantaggi geopolitici degli accordi di Abramo con Israele a partire dal progetto di “corridoio economico” che congiungerà India, Medio oriente ed Europa; se proseguirà, l’accordo con Israele gli aprirà la possibilità di un’intesa con gli Stati Uniti per ottenere garanzie militari americane e sostegno al suo programma nucleare a scopi civili, ma sarà considerato acerrimo nemico dal terrorismo fondamentalista islamico e dai palestinesi.
… l’inconsistente Abu Mazen…
Tra gli sconfitti c’è senza dubbio il già citato Abu Mazen, ormai totalmente isolato non solo all’esterno, ma anche all’interno. Resta al governo solo perché si rifiuta di indire elezioni politiche. Ma la simpatia dei palestinesi lo ha abbandonato da un pezzo, e ora è in gran parte per Hamas.
… gli ambiziosi americani…
Concludiamo la lista degli sconfitti con Stati Uniti e Unione Europea. Gli americani vedono implodere buona parte della loro politica estera mediorientale: un’alleanza fra Israele e Paesi arabi avrebbe coperto il fronte mediorientale per dedicarsi agli impegni Nato in Europa orientale e in Asia. Così, invece, con l’indebolimento dell’Arabia Saudita e il rafforzamento di Iran, Siria e, in parte, di Russia e Cina, per Washington potrebbe aprirsi un altro fronte. Una iattura per Joe Biden in vista delle presidenziali: non a caso il presidente americano ha reagito subito con i muscoli al conflitto, stornando, in pratica, forniture militari dall’Ucraina a Israele.
… la masochista Unione Europea
L’Unione
Europea, ormai masochisticamente abituata a subire fallimenti in politica
estera, paga ancora una volta la sua assenza in uno scacchiere fondamentale,
non solo per vicinanza geografica: Israele ha già bloccato il giacimento Tamar
che, tramite l’Egitto, rifornisce l’Europa di gas liquefatto. Se il blocco
continuerà, l’Egitto potrebbe congelare i suoi rifornimenti, aggravando la già
seria crisi energetica in Europa causata dalla guerra russo-ucraina. Per non
parlare di quello che potrebbe succedere, sempre in tema di crisi energetica,
se Israele volesse punire non solo Hamas, ma anche l’Iran con un attacco
militare. A rischio, come mostra il grafico qui sotto, sarebbe gran parte della
rete energetica mediorientale che farebbe impennare i prezzi a quote veramente
mai viste.