I
RUGGITI DEI “LEONI”
Alla
luce del nome scelto dal nuovo pontefice regnante, Leone XIV, diciamo subito che
i tredici Papi “Leoni” che lo hanno preceduto si sono contraddistinti per
caratura e personalità diverse. Certamente, possiamo annoverare tra i “pesi
massimi” Leone I Magno, Leone IX e Leone XIII. Gli altri, fra alti e bassi, si
sono rivelati di un livello inferiore.
Il
primo “ruggito”
Leone
I Magno (440-461) è il pontefice (45° della Chiesa cattolica) che, per primo,
ha affermato con inedita chiarezza il primato petrino: poiché il vescovo di
Roma è erede della carica dell’apostolo Pietro, è anche erede
dell’”investitura” di successore di Cristo da parte di Cristo stesso. Pertanto,
ha il primato su tutti gli altri vescovi. Ne fu talmente uno strenuo difensore
da tentare di far cancellare il canone 28 del Concilio di Calcedonia che si
limitava a equiparare l’importanza della carica di vescovo di Roma a quella del
Patriarca di Costantinopoli (il Concilio di Calcedonia riaffermò la dottrina
trinitaria e la duplice natura umana e divina di Cristo). Non vi riuscì: si
dovette accontentare, per il momento, di un primato di “deferenza”. Fu un altrettanto
strenuo difensore della dottrina cristiana contro manichei e priscilliani, e
acquisì un notevole prestigio per aver fermato l’avanzata degli unni di Attila
in Italia. E’ venerato come santo da cattolici e ortodossi.
Leoni
“ammansiti”
Dopo
di lui, si aprì una serie di otto “Leoni” caratterizzati da una decrescente
personalità. Leone II, unico Papa messinese della storia, anche in virtù di un
pontificato breve (681-683), non lasciò molte tracce di sé: si limitò a
confermare la condanna del monotelismo (eresia che attribuiva una sola volontà,
divina, a Cristo) emanata al VI Concilio ecumenico di Costantinopoli. Leone III
(795-816) regnò in un periodo burrascoso per la Chiesa e per i territori
amministrati dai pontefici dopo il crollo dell’impero romano e il venir meno
dell’autorità imperiale di Bisanzio: sotto la minaccia dei longobardi, Leone
III fu costretto a chiedere aiuto al re dei franchi Carlo, che lo liberò dalla
morsa longobarda ma pretese da lui, in cambio, che lo incoronasse come
imperatore del Sacro Romano Impero (800). Leone III inaugurò un “matrimonio di
momentanea convenienza” con l’autorità politica imperiale che, alla lunga,
comportò onori e oneri per la Chiesa: il pontefice guadagnava una solida
protezione (Carlo Magno lo salvò da un tentativo di assassinarlo perpetrato
dall’aristocrazia romana), ma perdeva in libertà e indipendenza.
L’inginocchiamento di Leone III davanti a Carlo Magno dopo l’incoronazione si
rivelò un gesto, purtroppo per la Chiesa, assai profetico. Di questo controllo
imperiale il successivo Leone, Leone IV (847-855), fu il primo a farne le
spese: la sua elezione fu “pilotata” dal re dei franchi, e la debolezza della
sua autorità fu sfruttata da nobili ed ecclesiastici per sottometterlo o
strumentalizzarlo. Nel corso del suo pontificato, i laici si appropriarono di
un gran numero di chiese, mentre tra gli ecclesiastici che si ribellarono ricordiamo
l’esarca di Ravenna, che tentò di rendersi autonomo dal Papa. Leone IV riuscì a
ricucire lo strappo col sinodo tenutosi nella medesima città. Le cose
peggiorarono con Leone V (903): con l’eclissarsi dell’autorità imperiale, Roma
e il Papato divennero “terra di conquista” delle fazioni nobiliari. Non
provenendo da nessuna famiglia aristocratica, Leone V fu subito tolto di mezzo,
deposto e imprigionato. Leone VI (928) fu un fantoccio nelle mani di Marozia,
nobildonna che dominava Roma in quegli anni. Lo aveva fatto eleggere dopo aver
fatto assassinare Papa Giovanni X che si era da lei emancipato avvicinandosi
alle fazioni rivali. Un fantoccio che durò solo pochi mesi. Anche Leone VII
(936-939) fu “controllato” dalla nobiltà romana, in questo caso dal figlio di
Marozia, Alberico, che fece imprigionare la madre. Mentre si accingeva a
eliminarne il protettore, il re d’Italia Ugo di Provenza, Leone VII, mostrando,
però, di avere una personalità tutt’altro che debole, fece intervenire Oddone
di Cluny che operò una mediazione fra i due rivali che conclusero un momentaneo
compromesso. Appoggiò la riforma cluniacense che combatteva l’asservimento del
clero ai laici (concubinato e simonia), e restaurò l’abbazia benedettina di
Subiaco. Il punto più basso dei “Leoni” fu toccato, probabilmente, sotto Leone
VIII (963-965), del tutto sottomesso all’autorità imperiale in via di restaurazione
per opera di Ottone I, che ne impose l’elezione pur essendo laico. Sotto di lui
fu preparato un documento che rendeva obbligatorio per l’elezione papale il
placet imperiale.
Il
ritorno di un Leone
Con
Leone IX (1049-1054) i Papi “Leoni” tornarono a ruggire con grande
autorevolezza: con un coraggio che rasentava la sfrontatezza, il “nuovo Leone” rinfacciò
all’imperatore che per l’elezione a pontefice bastava l’unanimità dei romani, e
che il placet imperiale non contava nulla. Fu il Papa che, per certi versi e
fatte le debite proporzioni, anticipò nientemeno che Paolo VI inaugurando i
pellegrinaggi papali fuori Roma (ogni anno si recò in Italia meridionale e
varie volte si spinse al di là delle Alpi) per riaffermare l’universalità della
Chiesa. Combatté indefessamente concubinato e simonia per difendere la fede
cristiana e la vita sacramentale del clero. Accorse al grido d’aiuto dei
bizantini in Italia meridionale vessati dai normanni con un esercito personale
(alle grandi potenze di allora quel territorio non interessava). Un esercito
talmente piccolo che fu subito sconfitto. Leone IX fu fatto prigioniero, per
giunta in un momento assai delicato per la fede cristiana: a Costantinopoli il
patriarca rivendicava l’autonomia dal primato del vescovo di Roma riconoscendo
solo quello imperiale; il pretesto fu la contestazione dottrinale circa la
processione dello Spirito Santo (solo dal Padre e non anche dal Figlio). Con
Leone IX in prigione, a fronteggiare l’intricata questione si trovarono legati
papali privi di una guida saggia e autorevole i quali, anziché tentare una
mediazione, esacerbarono le ostilità, causando lo scisma che portò alla nascita
della Chiesa ortodossa (lo “scisma d’Oriente”, 1054). Leone IX morì di dolore
per questo, oltre che per la prostrazione e per gli stenti della prigionia.
Leoni
“minori”
L’ultimo
grande “ruggito”
R.B.