CASSE VUOTE?
Le dichiarazioni, ma
sarebbe meglio dire le ammissioni, dei ministri Giancarlo Giorgetti (Economia e
Finanze) e Raffaele Fitto (Affari Europei e Attuazione del Pnrr), relative a
una manovra complicata da elaborare in autunno (Legge di Bilancio e Documento
di Economia e Finanza), non possono che preoccupare, e evidenziano, finalmente,
ciò che ci finora ci è stato “prudentemente” nascosto: abbiamo un serio
problema nei conti pubblici.
L’esplosione
del disavanzo
I dati forniti dal
governo, infatti, parlano chiaro. Ponendo il Covid come spartiacque, la spesa
in conto capitale ha avuto un incremento di ben 77 miliardi (98 contro i 22 del
2019), con un indebitamento netto, a fine 2022, dell’8% del Pil; 50 miliardi
vengono dai bonus facciate e superbonus 110%, contabilizzati come crediti
d’imposta rimborsabili in virtù del loro regime di cedibilità e, quindi, da
considerare non come minori entrate future, ma come maggior spesa attuale. Il
loro impatto è del 2,6% del Pil. La spesa pubblica complessiva sale parimenti
dal 48,5% al 57,5% del Pil, aumentando di 231 miliardi. La ripresa post Covid
ha portato a 99 miliardi di euro di maggiori entrate contabilizzati su base
annua in riferimento al primo trimestre del 2023. Detraendoli dai 231 miliardi
di maggior spesa pubblica, l’attuale peggioramento del disavanzo pubblico è di
132 miliardi, pari addirittura al 6,5% circa del Pil (sarebbe poco più di 80
miliardi se togliamo i bonus edilizi, comunque si resterebbe a oltre il 4% del
Pil). In totale, la spesa pubblica complessiva è passata dal 48,5% del Pil di
epoca pre Covid all’attuale 57% del Pil. La situazione si aggrava ulteriormente
se consideriamo che le tasse sono aumentate dell’1,2% in più rispetto al pre
Covid (43,5% del 2022 contro il 42,3% del 2019), perché questo incide molto
negativamente sulla produttività delle imprese, e non ha portato benefici al
disavanzo. La decisione del governo di non tagliare le accise nel periodo di
maggior costo del carburante, approfittando, pertanto, del maggior gettito
fiscale derivato dalle partenze per le vacanze, e la tassazione degli
extra-profitti bancari sono sintomi della disperata ricerca di soldi, così come
il compromesso raggiunto con Bruxelles sullo sblocco delle rate del Pnrr
destinate non più a realizzare i progetti a suo tempo presentati, ma a
racimolare soldi per sbloccare nuovi superbonus senza i quali il settore
edilizio andrà a fondo. Va anche detto che sulla tassazione degli extraprofitti
Forza Italia e Noi Moderati si sono messi di traverso: per loro, e non senza
ragione, è una misura illiberale che mina la fiducia dei mercati sulla
stabilità economica del nostro Paese, e faranno di tutto per depotenziarne gli
effetti fino a dimezzarne la misura (non entrerebbero più di 2,5 miliardi).
Le
promesse del governo
Considerando 5-6 miliardi
di missioni internazionali da rifinanziare, le promesse del governo in tema di
taglio del cuneo fiscale fino a 35.000 euro (servono 10 miliardi), di taglio
delle tasse in busta paga, di detassazione dei fringe benefits (almeno un
miliardo), di assunzioni di dipendenti pubblici e relativi stipendi da
corrispondere su richieste del Ministero della Salute (4 miliardi), di rinnovo
dei contratti nel settore del pubblico impiego (3 miliardi), per non parlare
degli 11 miliardi per gli alluvionati dell’Emilia Romagna ancora da sbloccare
perché non ci sono, ci sarebbe davvero da chiedersi da dove si potranno
rastrellare quei soldi.
Verso
un taglio dei servizi pubblici?
Certamente dobbiamo
partire da un presupposto: Bruxelles non ci lascerà margini di manovra. Anzi,
ci ricatterà perché negli ultimi 16 mesi si è assicurata l’emissione del 61%
dei nostri Btp. Ma c’è un altro presupposto che sarebbe bene mettere nel conto:
la pressione fiscale, combinata con l’inflazione, si sta rivelando non solo
inutile per i nostri conti pubblici, ma anche controproducente per la drastica
diminuzione del potere d’acquisto degli italiani, anche causata dai bassi
salari. A oggi, pertanto, sembra realistica una sola drammatica previsione: un
drastico taglio ai servizi pubblici. Non siamo lontani da quel tragico 2011.